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OMBRE E LUCI DI UNA RIFORMA CHE FACILITA LE IMPRESE E RISCHIA DI NON ASSICURARE A TUTTI IL DIRITTO ALL’ISTRUZIONE
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Nei mesi scorsi il Consiglio dei ministri ha approvato il regolamento per il riordino dei licei, degli istituti tecnici e professionali. Come molti già sanno, le sperimentazioni – nel momento in cui entreranno in vigore i regolamenti – saranno eliminate per fare posto a 6 licei, 11 tecnici e 27 professionali. L’orario settimanale (anche se per essere precisi si parla di monte ore annuale) nei licei sarà di 27 ore nel primo biennio e al quinto anno, di 30 nel secondo biennio. Faranno eccezione gli ultimi tre anni del classico (31 ore), dell’artistico (max 35 ore) e del musicale-coreutico (32 ore). Gli istituti tecnici e professionali avranno l’orario settimanale di 32 ore, suddiviso nel primo biennio in 20 ore per l’area di istruzione generale e 12 ore per quella di indirizzo, mentre nel secondo biennio e al quinto anno la ripartizione sarà rimodulata in 15 ore per l’area generale e in 17 ore per quella di indirizzo. Novità di rilievo è la costituzione del comitato scientifico per i licei, mentre per i tecnici e professionali é prevista l’istituzione del comitato tecnico-scientifico e dell’ufficio tecnico. In particolare il comitato tecnico-scientifico (o solo scientifico per i licei), composto da docenti ed esperti del mondo del lavoro/professioni, avrà “funzioni consultive e di proposte per l’organizzazione delle ore di indirizzo e l’utilizzazione degli spazi di autonomia e flessibilità”. Come giustamente afferma il Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione “non può sfuggire, infatti, come il ruolo del Comitato presenti rischi di sovrapposizione con le funzioni di altri organi della scuola – dipartimenti e collegio soprattutto – che andrebbero evitate”. Nei tre regolamenti si conferma la decisione di passare dall’attuale ordinamento al nuovo ordinamento in tempi brevissimi. Infatti nell’anno scolastico 2010/11 il nuovo ordinamento dovrebbe realizzarsi nelle prime e seconde classi, ed entrare a regime in tutte le classi nel 2013. E’ abbastanza evidente che cambiare nelle seconde classi il percorso scolastico vuol dire non tener conto della continuità educativa e di conseguenza non potere assicurare agli studenti il diritto all’istruzione e allo studio. Ed è chiaro che una corretta e effettiva riforma ha bisogno di alcuni presupposti indispensabili come la revisione delle classi di concorso e la composizione delle cattedre per ogni indirizzo. In questo momento, senza questi atti concreti diventa davvero difficile non convincersi che l’unico vero obiettivo della riforma dei licei, dei tecnici e dei professionali è quello dei tagli, così come è stato fatto con la scuola primaria e la scuola secondaria di primo grado. Ma c’è un altro motivo per affrettare la riforma dei tecnici e dei professionali. Un obiettivo sembrerebbe nobile; e cioè quello di creare “un raccordo più stretto con il mondo del lavoro e delle professioni”. Ma il vero obiettivo è quello di assicurare nel più breve tempo possibile alle imprese una forza lavoro adeguata alle loro richieste senza che le stesse imprese sborsino un centesimo per la formazione. Infatti se andiamo a vedere i dati dell’indagine Excelsior dell’Unioncamere del 2007, dove per 100.000 imprese viene verificata la possibilità di assunzioni per l’anno successivo, troviamo che le imprese nel 2008 avrebbero assunto 284.000 dipendenti senza nessun titolo di studio, 120.000 con la qualifica professionale, 335.000 diplomati (di cui 221.000 con titolo tecnico e professionale e 53.000 con titolo post diploma) e 88.000 laureati. E’ abbastanza evidente che c’è una forte domanda da parte delle imprese di diplomati tecnici e professionali. Se andiamo a verificare qual è l’offerta, vediamo che nel 2008, al netto di coloro che avrebbero proseguito gli studi all’università, i diplomati tecnici e professionali sarebbero stati 170.000. Quindi sarebbero mancate alle imprese 165.000 unità. Ora, il 50% dei diplomati tecnici (circa 84395) si sarebbe iscritto all’università, mentre solo il 30% dei diplomati professionali avrebbe deciso di frequentare (36.428) l’università. Nel 2008, quindi, ben 121.428 diplomati tecnici e professionali avrebbero deciso di proseguire gli studi universitari. E’ evidente che l’attuale sistema di istruzione tecnica e professionale (pur con tutte le difficoltà che mostra) permette agli studenti capaci e meritevoli di raggiungere un elevato grado di istruzione. Ciononostante, sembra che il percorso scolastico fornito fino ad ora per i tecnici e professionali debba essere interrotto per un sistema con “non più di dieci materie obbligatorie, orari settimanali attorno alle trenta ore di sessanta minuti, una quota di materie opzionali fino al 20%” (A. Oliva, presidente di TreeLLLe), che tenta di tornare al vecchio modello in vigore fino agli anni ’70. Insomma una riforma che riporta al maestro unico, alla scuola media prima del ’79 e agli istituti tecnici prima del ’70. Una riforma di tecnici e professionali che - abbassando il livello all’ “avviamento professionale” - non permetterà più ai 121.428 studenti di iscriversi all’università, ma di andare a colmare il gap tra domanda delle imprese (335.000 unità) e offerta di diplomati (170.000+121.428=291.428). Insomma una riforma che favorirà le imprese, ma che non assicurerà a tutti gli studenti il diritto all’istruzione e a quelli capaci e meritevoli il diritto allo studio, negando così a tutti – in spregio all’art.34 della Costituzione - il successo scolastico.
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